mercoledì 28 febbraio 2018

Quando un bambino sta meglio

Un percorso di psicoterapia deve avere risultati visibili. Non ci si può accontentare del fatto che "sembra che il paziente stia meglio", "mi sembra più sereno". I risultati devono essere osservabili. Tanto più se si tratta di bambini.
Ultimamente mi è capitato di seguire Matteo, un bambino di 8 anni (le informazioni che possono renderlo riconoscibile sono state eliminate) che aveva molta difficoltà nel socializzare con i compagni di classe. All'intervallo a scuola stava seduto da solo al suo banco e in più non voleva andare a giocare all'oratorio, si rifiutava di partecipare alla feste di compleanno e, in generale, non vedeva di buon occhio tutte le situazioni di interazione sociale.
I genitori erano piuttosto preoccupati perché, se sembrava che inizialmente Matteo fosse "sereno" in questa situazione, col passare del tempo anche gli altri compagni o amici, probabilmente pensando che lui preferisse starsene da solo, avevano iniziato ad escluderlo, e non gli chiedevano più se volesse partecipare a qualche gioco con loro.
Matteo aveva iniziato quindi a soffrire molto di questa situazione perché si sentiva escluso e invisibile agli occhi degli altri bambini.
Quando ho iniziato a lavorare con Matteo, il primo passo è stato cercare di capire come vivesse lui la situazione e cosa lo spaventasse nell'idea di giocare con gli altri bambini. Tramite il colloquio è stato quindi possibile comprendere come alcuni giochi di tipo competitivo basati su abilità di tipo fisico a lui non piacessero mentre altri giochi più "tranquilli" come ad esempio giochi di società o giochi di carte fossero a lui più congeniali.
Il problema era che sia all'intervallo che fuori scuola, i giochi che facevano gli altri bambini erano più frequentemente giochi del primo tipo, cioè giochi di movimento e agilità.
In secondo luogo temeva molto il possibile rifiuto da parte degli altri cioè credeva che se avesse chiesto di poter giocare gli sarebbe stato risposto di no.
Il secondo passo è stato quindi di accogliere le emozioni del bambino, validarle e dimostragli che ero lì per comprenderlo e aiutarlo e non per sgridarlo o giudicarlo.
Siamo passati quindi a analizzare i suoi pensieri mettendoli alla prova. Abbiamo fatto finta di essere dei detective e di andare alla ricerca con una lente di ingradimento immaginaria delle prove della correttezza di questi pensieri concludendo che non c'era alcuna certezza del fatto che se avesse chiesto agli altri bambini di poter giocare questi avrebbero risposto negativamente.
Il terzo passo è stato individuare all'interno del gruppo classe quei compagni che solitamente non facevano giochi eccessivamente vivaci scoprendo che in effetti non tutti i bambini amassero correre o fare giochi di movimento e azione.
Il quarto passo è stato chiedere a Matteo di portare da casa un gioco di carte che a lui piacesse e che si potesse fare nel piccolo spazio dell'intervallo.
Matteo ha acconsentito e ha portato da casa uno dei suoi giochi di carte preferiti e ha chiesto ad una compagna piuttosto simpatica e tranquilla se volesse giocare con lui. Con suo grande stupore la bambina ha acconsentito.
Ben presto a questa compagna se ne sono aggiunti altri, accomunati dalla preferenza per giochi tranquilli e non fisici.
Nell'arco di qualche settimana l'intervallo ha cambiato aspetto.

Immagine da blogscuol2.wordpress.com

Ho quindi deciso, previo accordo con i genitori, di contattare una tra le insegnanti di Matteo e di avere un colloquio con lei. Ella mi ha confermato che effettivamente da un po' di tempo a quella parte vedeva il bambino "più inserito" nel gruppo classe. Le ho quindi suggerito di rinforzare verbalmente il bambino (tramite lodi, incoraggiamenti e complimenti) ogni qualvolta l'avesse visto interagire con gli altri. Inoltre l'insegnante ha proposto di mettere come compagno di banco per Matteo un bambino solare ed estroverso in grado di coinvolgerlo e di comunicare con lui in una maniera diretta e positiva.
Sono passati alcuni mesi da quando vedo Matteo e devo dire che concretamente la situazione a scuola per lui è davvero cambiata con grande soddisfazione sua, mia e dei suoi genitori.

lunedì 29 gennaio 2018

L'importanza degli obiettivi

Mi capita spesso lavorando con i genitori che mi senta dire: "Il mio bambino è un disastro su tutti i fronti. La scuola non va, sia nel rendimento che nel rapporto con i compagni. A casa poi è disordinato e tratta male sua sorella. Al mattino quando lo accompagno a scuola gli dico sempre "mi raccomando, fai il bravo!" ma mi sembra che le mie parole gli scivolino di dosso!".
Ecco, devo dire che questo modo di comunicare con i bambini orientato a fare cambiare uno o più comportamenti di solito non funziona.
Innanzitutto il bambino potrebbe non capire cosa ci aspettiamo da lui.
Dire un generico "fai il bravo" non ha un reale valore ma avrebbe più senso dire: "Mi aspetto che tu oggi nella verifica di storia cerchi di non distrarti. Abbiamo ripassato ieri insieme la lezione, so che la sai, ho fiducia in te".
Cosa c'è di diverso in questo modo di comunicare?
In primis la specificità. Il bambino in questo caso è "costretto" a mettere l'attenzione su quanto gli stiamo dicendo perché i contenuti che gli proponiamo sono specifici e dettagliati.
In secondo luogo gli trasmettiamo fiducia ("so che la sai").
Infine potremmo anche fornire una soluzione pratica alla possibile distrazione del bambino. "Se ti senti stanco fai una piccola pausa, poi riprendi il tuo lavoro". 
Un altro suggerimento che riguarda gli obiettivi che vogliamo che il nostro bambino raggiunga riguarda la loro numerosità. Non possiamo ragionevolmente pensare che se ci sono difficoltà su più fronti un bambino riesca a dedicarsi con impegno e successo ad ognuno di questi. È quindi importante fare una scala di priorità e decidere per questa settimana o per questo mese a cosa è più importante che lui si dedichi.
Voglio che legga di più o che aiuti di più in casa? Scelgo una sola cosa e gli chiedo di concentrarsi su quella.

Immagine da psicologiaquotidiana.altervista.com

In sintesi, se voglio che il mio bambino cambi alcuni suoi comportamenti:
Devo chiedergli poche cose per volta (più il bambino è piccolo, più questa regola diventa fondamentale).
Devono essere cose specifiche (il bambino deve capire cosa mi aspetto da lui).
Devo orientare al positivo la mia comunicazione, infondendo fiducia e incoraggiamento (so che ce la farai).
Devo fornire soluzioni che aiutino a superare gli ostacoli (se sei in difficoltà puoi fare...) .

sabato 6 gennaio 2018

Le battute d'arresto

Capita talvolta durante un percorso di psicoterapia che sta andando bene, di avere dei momenti dove, dopo un periodo di benessere e di concreti miglioramenti, i sintomi spiacevoli, ad esempio l'ansia o l' umore depresso, si possono ripresentare. 
Di solito di fronte a questi momenti i miei pazienti si "spaventano" perché pensano di essere tornati indietro, di dover ricominciare tutto da capo e si chiedono dove hanno sbagliato e se la terapia stia veramente funzionando. 
In realtà ogni  psicoterapia che funziona bene non è un percorso lineare in salita ma prevede delle piccole "ricadute" che sono quasi fisiologiche e che generalmente poi lasciano il posto a successivi miglioramenti. 
Per dare un' idea visiva del tutto, una psicoterapia di successo è rappresentata da un grafico in salita dove però ci sono dei piccoli temporanei "peggioramenti". 
A cosa sono dovute queste "battute d'arresto"? Solitamente dipendono dal fatto che il paziente per vari motivi smette di esercitare le abilità apprese durante la terapia. Ad esempio poco tempo fa un mio paziente con attacchi di panico che stava facendo grossi progressi, dopo un periodo di malattia in cui non si era più messo in gioco cercando di esporsi gradualmente alle situazioni ansiogene, aveva ricominciato a sperimentare dei picchi di ansia piuttosto fastidiosi. In seguito a questi episodi si era molto abbattuto perché pensava di essere nuovamente nel problema e che il percorso fatto finora non fosse servito a nulla. 
È bastato invece riprendere "l'allenamento" perché in breve tempo le cose tornassero ad andare bene.
Infine mi piace ricordare alcune parole che parecchi anni fa una collega bravissima conosciuta ai tempi del mio tirocinio come psicoterapeuta era solita dire: quando si intraprende un percorso di psicoterapia non si torna mai indietro al punto zero, al livello di partenza. Questo significa che le abilità apprese durante la psicoterapia non si dimenticano più. Certo, bisogna tenerle allenate perché diano sempre i loro frutti ma non è possibile che vengano cancellate e che la persona sia smarrita e si ritrovi improvvisamente senza strumenti utili per il cambiamento e il miglioramento. 


Immagine su dreamstime.it



martedì 12 dicembre 2017

Sintomi fisici e ipocondria

È molto che non aggiorno il blog a causa di un intenso periodo lavorativo "sul campo" ma ci terrei a portare oggi un tema che è molto interessante e che mi capita molte volte di riscontrare nel lavoro con i miei pazienti.
Mi riferisco a come vengono interpretati alcuni sintomi fisici da parte di persone che soffrono di ipocondria o che comunque hanno preoccupazioni molto intense rispetto alla propria salute in assenza di oggettivi riscontri medici.
Immagine da mypersonaltrainer.it

Capita spesso che si creino dei circoli viziosi ad esempio di questo genere:
la persona si sente ansiosa (spesso è un ansia di tratto, il che significa che il paziente è "fatto così") e nota alcuni segnali del corpo (ad esempio tremori, dolore al petto, nausea, mal di stomaco) e attribuisce tali sintomi non ad una condizione ansiosa, ma ad una malattia organica.
Ovviamente da qui la persona, agitandosi ulteriormente, va a peggiorare quelle sensazioni fisiche, convincendosi ancora di più che c'è qualcosa che non va.
La peculiarità del ragionamento dell'ipocondriaco poi è di ricondurre tali sintomi alla presenza di una grave malattia (solitamente tumori, malattie degenerative ecc). Le eventuali ipotesi minori (malattie meno gravi, ansia...) non vengono prese in considerazione.
Un ruolo importante in questo senso è quello di internet. Oggi tutti noi abbiamo a disposizione moltissime informazioni che però purtroppo non sono filtrate, sono generali, tanto che se viene digitato in Google "mal di testa" compaiono tantissime informazioni che paventano situazioni che arrivano fino al tumore. La persona ipocondriaca si concentrerà sicuramente sulle informazioni più catastrofiche, aumentando esponenzialmente il proprio livello di ansia.
Un ulteriore errore che il paziente ipocondriaco compie è di concentrarsi molto sui sintomi che lo spaventano. Portare l'attenzione su quei sintomi li rende sempre più evidenti e sempre più spaventosi. 
Quindi una parte importante del lavoro con chi soffre di eccessive preoccupazioni per la propria salute è insegnare a distinguere tra sintomi di una malattia e sintomi dell'ansia, che vengono erroneamente interpretati. Questo aiuta il paziente a "rimettere le cose al proprio posto". Una cosa è l'ansia, fastidiosa ma benigna, una cosa è una malattia fisica. 
Un secondo obiettivo del lavoro riguarda il divenire consapevoli che le ricerche dei propri sintomi in internet non producono effetti positivi sull' ansia. 
Questo aiuta la persona a comprendere che alcuni comportamenti, del tutto in buona fede, non aiutano. 
Un'altra parte molto importante è insegnare al paziente a ragionare ad "ampio raggio", tenendo presenti tutte le possibili cause di un determinato sintomo, non solamente le peggiori che vengono alla mente. 
Questo modo di ragionare è molto importante perché è più razionale e aderente alla realtà rispetto al focus ristretto del ragionamento ipocondriaco. 

sabato 21 ottobre 2017

Ansia: conoscerla per combatterla

Martedì 24 Ottobre alle 20.30 a Bornato terrò un incontro aperto a tutti presso la Sala Civica, promosso in collaborazione con la Biblioteca di Cazzago San Martino, dove spiegherò cos'è l'ansia, perchè nasce, come si mantiene, se ci sono persone più o meno predisposte ad averla, come contrastarla efficacemente.

Sarà un incontro interessante, condotto in maniera semplice ma nello stesso tempo approfondita. Chi mi segue sa che cerco di rendere sempre questi incontri coinvolgenti e soprattutto fruibili da parte di tutti.




Quindi..vi aspetto a Bornato!

venerdì 22 settembre 2017

Le soddisfazioni professionali

Nel mio lavoro affronto molte situazioni difficili e le vere soddisfazioni arrivano quando si notano dei miglioramenti tangibili nella vita dei miei pazienti. Ci sono cose che le persone prima di affrontare un percorso di psicoterapia non riescono a fare e che già mentre il percorso è in atto pian piano riescono a mettere in pratica. 




Ultimamente mi è capitato di aiutare una ragazza con un problema di attacchi di panico, che alcuni anni fa, mentre percorreva una certa strada, aveva avuto un forte attacco e che da quel momento non era più riuscita nè a guidare in quel tratto di strada,si trattava di una strada extraurbana, nè a percorrere strade extraurbane in nessun luogo. 

Ovviamente ho messo in pratica il metodo cognitivo comportamentale e e dopo alcuni colloqui in studio ho accompagnato la persona alla guida, proprio in quella strada che evitava da tanto tempo.
La prima volta abbiamo percorso quel tratto di strada insieme, lei guidava ed io ero seduta a fianco ed è stato difficile per lei perchè, nonostante avesse interiorizzato il concetto che anche se avesse provato ansia non sarebbe successo nulla di catastrofico, provare determinate sensazioni fisiche non è mai piacevole.

Mano a mano questa ragazza ha iniziato a percorrere la stessa strada senza più la mia presenza al suo fianco ma io guidavo la mia auto dietro la sua. In questo modo la difficoltà per lei aumentava ma poteva ancora contare "sulla mia presenza" anche se in modo meno diretto.
Poi non appena si è sentita più sicura ha iniziato a percorrere da sola quel tratto di strada meravigliandosi di come riuscisse a farlo sperimentando si un pò di ansia (ma nemmeno troppa) ma comunque riuscendo in un'impresa che si era preclusa da anni!
Un giorno, mentre percorrevamo un tratto nuovo (e quindi più difficile) di strada insieme ed io era seduta in auto con lei mi ha detto: "Non mi sembra vero, riesco a guidare!". 
Ecco, queste per me sono le soddisfazioni professionali...