venerdì 22 settembre 2017

Le soddisfazioni professionali

Nel mio lavoro affronto molte situazioni difficili e le vere soddisfazioni arrivano quando si notano dei miglioramenti tangibili nella vita dei miei pazienti. Ci sono cose che le persone prima di affrontare un percorso di psicoterapia non riescono a fare e che già mentre il percorso è in atto pian piano riescono a mettere in pratica. 




Ultimamente mi è capitato di aiutare una ragazza con un problema di attacchi di panico, che alcuni anni fa, mentre percorreva una certa strada, aveva avuto un forte attacco e che da quel momento non era più riuscita nè a guidare in quel tratto di strada,si trattava di una strada extraurbana, nè a percorrere strade extraurbane in nessun luogo. 

Ovviamente ho messo in pratica il metodo cognitivo comportamentale e e dopo alcuni colloqui in studio ho accompagnato la persona alla guida, proprio in quella strada che evitava da tanto tempo.
La prima volta abbiamo percorso quel tratto di strada insieme, lei guidava ed io ero seduta a fianco ed è stato difficile per lei perchè, nonostante avesse interiorizzato il concetto che anche se avesse provato ansia non sarebbe successo nulla di catastrofico, provare determinate sensazioni fisiche non è mai piacevole.

Mano a mano questa ragazza ha iniziato a percorrere la stessa strada senza più la mia presenza al suo fianco ma io guidavo la mia auto dietro la sua. In questo modo la difficoltà per lei aumentava ma poteva ancora contare "sulla mia presenza" anche se in modo meno diretto.
Poi non appena si è sentita più sicura ha iniziato a percorrere da sola quel tratto di strada meravigliandosi di come riuscisse a farlo sperimentando si un pò di ansia (ma nemmeno troppa) ma comunque riuscendo in un'impresa che si era preclusa da anni!
Un giorno, mentre percorrevamo un tratto nuovo (e quindi più difficile) di strada insieme ed io era seduta in auto con lei mi ha detto: "Non mi sembra vero, riesco a guidare!". 
Ecco, queste per me sono le soddisfazioni professionali...

giovedì 10 agosto 2017

Bambini e paura della morte: che fare?

Anna (ogni riferimento che possa rendere la persona riconoscibile è stato eliminato) è una bambina di 9 anni che da un pò di tempo presenta dei sintomi che stanno facendo molto preoccupare i suoi genitori.

Da un paio di mesi infatti, verso sera, ha dei picchi di ansia molto intensi, che si potrebbero definire veri e propri attacchi di panico: fatica a respirare, ha la sensazione che le manchi l'aria, le gira la testa. 
In quei momenti, se si trova fuori casa, chiede con insistenza di essere riportata a casa e vuole assolutamente la presenza di almeno uno dei suoi genitori.

La mamma e il papà di Anna hanno più volte chiesto alla bambina cosa avesse, cosa si sentisse in quei momenti, ma la bambina si era sempre rifiutata di rispondere.
La mamma di Anna, assolutamente in buona fede, cercando di capire o di aiutare aveva a volte detto alla bambina: "Ma insomma Anna, cos'hai? Alla tua età i bambini dovrebbero solo giocare e divertirsi, perchè stai così?". Ma anche in questo caso non aveva ottenuto risposta.

I genitori mi riferiscono che da poco Anna ha perso uno zio al quale era legata, morto in maniera improvvisa. A loro sembra però che la morte dello zio non sia collegata al malessere della bambina, anche se lei si rifiuta di andare al cimitero sulla sua tomba.

I genitori di Anna si rivolgono quindi a me per capire cos'ha la loro bambina e per aiutarla a superare questo momento difficile.



Quando incontro Anna la prima volta mi trovo di fronte ad una bambina apparentemente piuttosto chiusa ma allo stesso tempo curiosa di cosa io potessi dirle e delle attività che le avrei potuto proporre.



paura della morte nei bambini
immagine su tuttomamma.it



Inizio spiegando ad Anna che i suoi genitori sono dispiaciuti perchè vedono che sta soffrendo e che vorrebbero fare qualcosa per farla stare meglio. Spiego anche che il mio ruolo è aiutare loro a capire ma soprattutto lei a superare questo momento difficile.

Le chiedo quindi di spiegarmi come si sente quando alla sera le capita di stare poco bene.
Lei mi descrive puntualmente i sintomi, che riconduco alla presenza di una forte ansia.
Però nemmeno a me Anna vuole dire cosa pensa, cosa la fa stare male.

Allora propongo un indovinello, ipotizzando che il suo malessere sia legato alla morte dello zio.
Le faccio varie ipotesi chiedendo di dirmi, come in un gioco, "acqua", "fuochino", "fuoco" quando mi fossi avvicinata all'ipotesi giusta e lei accetta.
In pochi minuti arriviamo all'ipotesi giusta: Anna ha paura che la morte venga e se la porti via improvvisamente, così come è accaduto allo zio.

Nel momento in cui "indovino" la corretta causa della paura, Anna scoppia in un pianto liberatorio e mi confida che non ne aveva mai parlato con i suoi genitori per paura di essere rimproverata per aver avuto verti pensieri.

Da qui la strada per noi è in discesa.

Spiego ad Anna che la sua reazione è normale, in risposta alla perdita improvvisa di una persona cara.

Inoltre, poichè Anna temeva che i segnali della paura (mancanza d'aria, capogiri) fossero il segnale di una morte imminente, spiego che quelli altro non erano che sintomi di ansia o di paura e che quindi non erano per niente pericolosi.

Le insegno anche una tecnica di rilassamento per ricondurre alla normalità questi segnali del corpo.

Infine le spiego che è piuttosto improbabile che un bambino muoia improvvisamente, senza motivo e che invece una persona adulta o anziana può avere delle malattie che magari non sono scoperte se non quando è troppo tardi, ma che comunque ci sono e che portano il corpo, pian piano ad ammalarsi.
Le spiego anche che questa non è la situazione più frequente e che di solito le malattie vengono riconosciute per tempo e che i medici cercano di fare tutto il possibile per curare le persone, una buona parte delle volte riuscendoci. 

Dopo qualche seduta Anna è più serena, non ha più gli attacchi di panico serali e ha persino accettato di andare al cimitero a fare visita allo zio.
Ho suggerito ai genitori di parlare con la bambina dello zio e delle emozioni che la sua morte aveva suscitato e potrebbe nuovamente suscitare ogni volta che la bambina desideri farlo, accettando e non bloccando ogni manifestazione delle stesse, senza giudizi o censure.

Se avete trovato interessante questa storia condividetela con chi pensate sia alle prese con un momento di lutto che investa anche dei bambini, potrebbe essere loro d'aiuto.


mercoledì 12 luglio 2017

Come comportarsi se il proprio partner ha un problema di ansia eccessiva

Amare una persona piena di ansie e paure può essere difficile.

Potresti aver tralasciato per questa ragione molti fra i tuoi hobbies. 

Oppure potresti esserti caricato di molte responsabilità, quelle che il tuo partner non riesce ad assumersi. 

Forse il tuo partner potrebbe essere così in difficoltà da non riuscire più a lavorare e le vostre finanze potrebbero averne risentito.

Potresti sentirti arrabbiato per come sta andando la tua relazione di coppia.

Uno studio condotto dall'"Anxiety Disorder Association of America" (ADAA) ha rivelato come le persone che soffrono di un disturbo d'ansia generalizzato ritengono che la loro relazione affettiva sia poco supportiva ed amorevole. 

Se ami una persona con un problema di ansia potresti trovarti di fronte a numerose sfide. 


immagine su huffingtonpost.it


Ecco alcuni modi in cui puoi affrontare la situazione.

1) Cerca informazioni sull'ansia e sui disturbi d'ansia. 

Comprendere la portata di un problema di ansia può essere difficile perchè il/la tuo/a partner può sembrarti abbastanza a suo agio mentre ti sta dicendo che in quel momento sta vivendo un attacco di panico e questo potrebbe portarti a sottovalutare la portata del problema. 
Commenti come "in fondo stai bene" o "devi solo rilassarti" in genere non sono bene accetti quando una persona sta vivendo un momento di difficoltà.
Cercare informazioni corrette da fonti attendibili ed autorevoli o leggere testi sui disturbi d'ansia potrebbe portarti ad avere una visione corretta del problema e scopriresti che i disturbi d'ansia si possono nella maggior parte dei casi risolvere o quantomeno migliorare.


2) Suggerisci al/alla tuo/a partner di cercare un aiuto professionale per il suo problema.

Se il/la tuo/a partner non sta seguendo alcuna terapia, cerca di parlare con lui/lei ed incoraggiarlo/la ad intraprenderne una. 
Ovviamente chi soffre di un problema con l'ansia deve essere d'accordo in prima persona ad intraprendere un percorso terapeutico ma sapere che il proprio/a compagno/a è d'accordo con questo può essere di grande aiuto. 
Inoltre il terapeuta potrebbe coinvolgerti nel lavoro psicologico chiedendoti di essere parte attiva per aiutare il tuo partner a superare il problema.


3) Arrabbiati con la situazione, non con il/la partner.

Potrebbe capitare che hai dovuto o devi rinunciare a molte situazioni sociali perchè il/la tuo/a partner è in difficoltà nello stare a contatto con le persone o a trovarsi in alcune specifiche situazioni. 
In questi casi è molto importante riuscire a separare la delusione per aver dovuto rinunciare ad un momento piacevole con il sentimento verso il/la partner.
Quindi è meglio dire "Mi spiace molto dover andare senza di te al cinema" oppure "Mi spiace che non possiamo andare al cinema insieme" piuttosto che dire "Tu sei sempre il/la solito/a! Con te non si può fare mai nulla". 
E' molto importante parlare di sentimenti ed emozioni in prima persona (ad esempio "io sento questo" "io provo questo") piuttosto che attribuirne la causa all'altro/a (es. "mi sento così per colpa tua", "Tu mi fai sentire così")

immagine su corriere.it

4) Concentrati sui miglioramenti del partner, per quanto piccoli essi siano.

Le persone che soffrono di ansia eccessiva sono in genere molto sensibili all'incoraggiamento di chi gli sta vicino. 
Non mancare di far notare al/alla tuo/a partner i suo miglioramenti, anche se ti sembrano piccoli o irrilevanti. Non dimenticare che per una persona che ha un problema con l'ansia è un successo fare cose che altre persone fanno senza particolari difficoltà.
Ad esempio per una persona che soffre di attacchi di panico è un traguardo enorme guidare sopra un ponte o in autostrada, se in precedenza non lo faceva per paura di poter avere un attacco di panico.


5) Cerca di riflettere e di cambiare i tuoi comportamenti.

Se ogni volta che il/la tuo/a partner ti chiama al telefono tu rispondi perchè sai che se non lo fai lui/lei proverà ansia, in realtà stai aiutando il problema a mantenersi tale.
Potrebbe dispiacerti non farlo, perchè ti potrebbe sembrare di causare una sofferenza inutile ma come sappiamo, solo passando attraverso l'ansia ci si può rendere conto che molte tra le cose temute non si avverano e che l'ansia si può superare.
Sebbene questa strategia possa sembrare crudele nel breve termine, può risultare molto più utile nel lungo periodo.


6) Fate squadra.

Tu e il/la tua partner dovete essere uniti nell'affrontare il problema. Nessuno dei due è da biasimare se le cose non stanno andando come dovrebbero.
Puoi dire "mi piacerebbe che le cose andassero diversamente" oppure "attraverseremo insieme questa situazione".

come aiutare una persona con attacchi di ansia
immagine su oksalute.it

7) Prendi in considerazione l'ipotesi di chiedere una consulenza di coppia.

La terapia di coppia può essere molto utile da condurre in parallelo con la terapia individuale del/la partner con un problema di ansia.
Questo perchè mette in grado i partner di comunicare al meglio i propri sentimenti, pensieri ed emozioni. In questo modo crea le basi per un ambiente familiare meno stressante all'interno del quale anche il problema dell'ansia può trovare una migliore e più rapida soluzione.


8) Riconosci i tuoi bisogni e prenditi del tempo per te.

Riconoscere i propri bisogni, coltivare le proprie amicizie e portare avanti i propri hobbies è fondamentale e non significa trascurare il/la partner. 
Ricorda che solo una persona forte e sana dal punto di vista psicologico è in grado di "reggere" e aiutare il/la partner con un problema di ansia.


9) Non biasimarti e cerca di essere sereno con te stesso. 

Non criticarti o condannarti. Stai facendo tutto il possibile.




Se ti è piaciuto questo post condividilo con le persone che hanno un/una partner con un problema di ansia. Potrebbe essere molto utile per loro!






mercoledì 5 luglio 2017

Il tuo bambino ha paura dell'acqua? Scopri come puoi aiutarlo

Mi capita alcune volte che qualche mamma mi racconti della difficoltà che il suo bambino ha nel familiarizzare con l'acqua. 
Che sia acqua della piscina o del mare, il bambino ha una gran paura. 

In particolare recentemente ho incontrato nel mio studio una signora che mi spiegava che, per aiutare la sua bambina di 4 anni a superare la paura dell'acqua, l'aveva iscritta ad un corso di nuoto.

Ma anche lì, niente da fare. La bambina piangeva per tutto il tempo della lezione, l'istruttore le aveva provate tutte ma poi sembrava essersi un pò rassegnato a convivere con questa allieva alquanto riluttante. 

Alla mamma però dispiaceva vederla così e alla fine l'aveva ritirata dal corso, non senza sgridarla e ripeterle: "Vedi che tutti gli altri bambini entrano in piscina senza fare storie? Solo tu ti agiti e piangi come una sciocchina!"

Ma il problema permane e, in prossimità delle vacanze estive questa mamma si chiede: come posso aiutare la mia bambina a superare la paura dell'acqua?

Innanzitutto il primo consiglio che mi sono sentita di dare a questa mamma è di ridimensionare le aspettative e darsi (oltre che dare alla bambina) del tempo. Forzare le tappe, spingere oltremodo e troppo velocemente la bambina verso l'acqua, far passare l'idea che ci si aspetta da lei che impari a stare in acqua in quattro e quattr'otto non migliorerà le cose.

Il secondo consiglio quindi, immediatamente discendente dal primo è creare un clima di serenità e di assenza di qualsivoglia aspettativa nei confronti della bambina.

Il terzo consiglio è di prevedere un percorso di avvicinamento per tappe all'acqua. 

La prima di queste potrebbe essere l'osservazione di un'altra bambina, della stessa età o di poco più grande che si diverte nuotando o giocando in mare.
Questa osservazione deve essere condotta non facendo paragoni (es. "vedi lei che brava che non fa storie mentre tu invece...") ma semplicemente facendo notare quanto appunto l'altra bambina si stia divertendo.

immagine da blogmamma.it

La seconda potrebbe essere fare un gioco divertente per la bambina in riva al mare. Si potrebbe giocare a palla (che potrebbe finire nel mare e quindi potrebbe essere necessario andare a recuperarla) o magari con l'innaffiatoio giocattolo prendere un pò di acqua e iniziare ad annaffiarsi i piedi a vicenda.

La terza potrebbe essere costruire dei castelli di sabbia chiedendo alla bambina di andare a prendere con il secchiello l'acqua necessaria in mare.

La quarta potrebbe essere riempire una piscinetta di quelle che si usano per i bambini più piccoli e permetterle di entrare e sguazzare un pò in quei pochi centimetri di acqua importanti per farle "prendere confidenza" con l'acqua.

La quinta potrebbe essere immergere le mani nell'acqua del mare e giocare a rincorrersi per bagnarsi a vicenza.


immagine da bebeblog.it



Poi si potrebbe giocare con le pistole ad acqua riempite con acqua di mare, notando la sensazione di frescura e di benessere che l'acqua fresca porta al corpo in una giornata molto calda nonchè il divertimento stesso che il gioco comporta. 

Quando la bambina si sente pronta si può proporre di entrare in mare, la prima volta solo fino alle caviglie, per poi aumentare gradualmente la parte del corpo raggiunta dall'acqua.
Le prime "immersioni" vanno fatte ovviamente in un contesto di mare tranquillo, che degrada dolcemente, senza onde. 
Ogni successo della bambina (ogni step in più compiuto) può essere premiato con una piccola sorpresina, precedentemente concordata.

immagine da nostrofiglio.it


E' poi utile ricordare che non va assolutamente rivelata ad altri (parenti, amici, vicini di ombrellone) la paura della bambina perchè questi, in buona fede, potrebbero riproporre l'argomento in modi scorretti, magari anche davanti alla bambina stessa, rinforzando in questo modo la paura.

Proprio in questi giorni la famiglia di questa bambina si trova al mare e da una mail della mamma ho appreso che gli esercizi, sebbene siano ancora in fase iniziale, stanno andando per il verso giusto.

Sono sicura che se i genitori continueranno su questa linea ben presto la paura dell'acqua sarà solo un brutto ricordo!

Se questo post vi è piaciuto condividetelo con quei genitori che hanno bambini con paura dell'acqua!



lunedì 19 giugno 2017

Come ho aiutato un ragazzo con manie di controllo.

Fabio è un ragazzo di 25 anni (ogni elemento che renda la persona riconoscibile è stato eliminato) che ha un problema: non può fare a meno di controllare più volte molte cose che fa.

I controlli più frequenti riguardano:

- se ha spento il gas della cucina

- se ha chiuso l'automobile

- se ha chiuso gli sportelli della cucina

- se ha chiuso la porta di casa

Da tempo Fabio mette in atto questi controlli ma ultimamente, da quando ha cambiato lavoro, le cose sono peggiorate.
I controlli sono sempre più frequenti e in ogni situazione servono più controlli a Fabio prima di sentirsi "a posto".
Quando ci incontriamo la prima volta in studio Fabio sembra molto sofferente per la sua situazione perché, testuali parole, "gli sembra di essere pazzo".
Mi dice che anche il sonno ultimamente è disturbato perché a volte si sveglia nel cuore della notte e lo assale il dubbio di non aver chiuso l'automobile. Così si sente "costretto" a scendere in strada a controllare.

La prima cosa che ho chiesto a Fabio è quale pensava potesse essere la conseguenza peggiore che potesse verificarsi nel caso in cui la macchina rimanesse effettivamente aperta.
Lui ci.ha ragionato sopra e ha concluso: "forse la peggiore conseguenza potrebbe essere.. nulla". Non credo interessi a qualcuno una macchina vecchia di 10 anni! O magari qualcuno potrebbe rubare l'autoradio. Tutto sommato, se questo si verificasse non sarebbe poi così tremendo o irreparabile".

Un'altra riflessione che abbiamo fatto è stato riconoscere il funzionamento dell'ansia.
Se in preda ad una forte preoccupazione ci si accorge che controllando più volte il risultato delle proprie azioni l'ansia si placa, si potrebbe avere la necessità le volte successive di controllare ancora, poiché quello diventa un modo "efficace" per stare meglio.
Il problema è che andando avanti si diventa sempre più dipendenti dai controlli fino a che aumenta sempre più il tempo che questi occupano e la frequenza degli stessi.

In realtà l'ansia è un'emozione che "passa" senza bisogno di fare alcun controllo.
È sufficiente ragionare in modo differente (ad esempio pensando a quali siano le conseguenze possibili ad una propria negligenza e a quanto è probabile si verifichino).

ossessioni e compulsioni
immagine su apc.it
Un altro step è stato fare un elenco dei vantaggi e degli svantaggi delle manie di controllo. Questo elenco è stato fatto in forma scritta al fine di rendere più chiaro possibile il costo pagato Fabio a fronte di una momentanea riduzione dell'ansia.

Successivamente siamo passati alle prove di esposizione vera e propria. Si chiamano così quegli esercizi in cui la persona si mette alla prova e cerca di resistere dal mettere in atto i controlli.
Per prima cosa abbiamo individuato le situazioni meno difficili da gestire. Fabio ha deciso di partire dal controllo dell'automobile, poiché quella gli sembrava la situazione più semplice da affrontare.
Gli ho chiesto di sforzarsi di chiudere l'automobile e poi di non controllare più. Le prime volte è stato piuttosto difficile tanto che Fabio ha richiesto il mio supporto "dal vivo" per fare questo esercizio. Allora abbiamo provato insieme a chiudere l'automobile per poi allontanarci senza fare ulteriori controlli. Con il mio aiuto "da vicino" l'ansia è stata più sopportabile e Fabio si è accorto che ricordando i ragionamenti fatti durante le sedute, si abbassava più rapidamente di quanto potesse immaginare.

immagine su psicomodena.it


Quando si è sentito più sicuro ha voluto provare da solo e in breve tempo è riuscito a gestire bene la situazione, senza bisogno di ripetere i controlli.

Successivamente abbiamo fatto lo stesso tipo di esercizio per tutte le altre manie di controllo.
Dopo 8 mesi dall'inizio della terapia Fabio ha potuto definirsi libero dai controlli.

Abbiamo quindi cercato di capire come il tutto sia iniziato, da cosa abbia avuto origine.
Fabio mi racconta di come anche suo padre avesse lo stesso problema. Ormai sappiamo che nei problemi di ansia spesso entri in gioco l'ereditarietà.
Inoltre quando da bambino Fabio raccontava qualcosa il padre gli ripeteva spesso "ma sei sicuro?"
In questo modo con il passare del tempo in Fabio è cresciuta un'insicurezza "cronica" circa gli esiti degli eventi e delle proprie azioni.
Abbiamo identificato in questo stile educativo genitoriale una delle possibile cause dell'insorgenza del problema.

Poi ovviamente il comportamento principale che ha mantenuto vivo il problema sono stati i controlli stessi. Sono proprio questi che abbassando immediatamente il livello di ansia creano una sorta di dipendenza da cui è difficile liberarsi.

Quindi la storia di Fabio insegna che se hai manie di controllo le cose che puoi fare sono le seguenti.

1) prova a ragionare in modo diverso.

Chiediti quali pensi realisticamente possono essere le conseguenze delle tue paure. Cosa potrebbe realisticamente succedere se dimentichi una luce accesa in casa? O se dimentichi di chiudere la porta? Che probabilità ci sono che ciò che temi si avveri?
Hai mai sentito notizia di gravi conseguenze relative ad alcune tra le tue paure?

2) impara una tecnica di respirazione o di rilassamento che ti aiuti a controllare l'ansia.

3) fai un elenco delle situazioni difficili da affrontare.

4) inizia a lavorare dalla situazione più semplice sforzandoti di non fare controlli. 
Ricorda che stai lavorando per il tuo benessere.

5) rivolgiti ad uno psicologo esperto nel trattamento dell'ansia. Avere manie di controllo non vuol dire essere matti ma solo ansiosi.

martedì 23 maggio 2017

Educazione dei figli: meglio lodi o castighi?

Nel mio lavoro con i genitori mi imbatto spesso in questa domanda: per educare mio figlio sono meglio le lodi, gli apprezzamenti, i complimenti, oppure ogni tanto è opportuno anche sgridare, rimproverare, dare delle punizioni?

Diciamo che un buon piano educativo di tipo genitoriale prevede di saper utilizzare entrambi questi strumenti, tenendo però presente alcune "buone prassi".

LODI:

Non andrebbero date "a casaccio" e in continuazione perchè il bambino potrebbe ritenere di essere speciale in tutto ciò che fa, per poi ritrovarsi con il mondo esterno che ad un certo punto "presenta il conto" e rimette il bambino tenuto su un piedistallo troppo alto al suo posto (e la caduta potrebbe essere abbastanza dolorosa). 
Allo stesso modo appellativi esagerati ("Sei il migliore!" ) non portano gran valore aggiunto e potrebbero fare alla lunga credere al bambino che tutto gli è concesso in quanto, appunto, migliore di tanti altri.

Andrebbero riferite a specifici comportamenti positivi che il bambino mette in atto, o quantomento dovrebbero evidenziare l'impegno profuso nel raggiungere un determinato obiettivo. 
Ad esempio, ad un bambino a cui si sta chiedendo di non picchiare il fratellino e che in una determinata occasione riesce a trattenersi dal farlo, si può dire: "Bravo per aver lasciato tranquillo tuo fratello! Batti un cinque!"

Anche comportamenti che vanno nella direzione di un miglioramento, anche se non centrano perfettamente l'obiettivo che vogliamo il bambino raggiunga possano essere lodati. 
Ad esempio, di fronte ad un bambino che spesso risponde un NO categorico di fronte a qualsiasi tipo di richiesta, ogni qualvolta riporta un lo faccio dopo può essere comunque manifestato una forma di apprezzamento (ovviamente accertandosi che in un secondo momento il bambino faccia quanto concordato)

Nelle lodi e nei complimenti non bisognerebbe fare paragoni tra i comportamenti messi in atto dal bambino e quelli messi in atto da altri bambini. Ad esempio non andrebbe detto: "Tu si che sei bravo a scuola, tuo cugino invece no". 
Questo perchè fa intuire che c'è una graduatoria di merito e magari un giudizio positivo o negativo associato al raggiungimento di un certo tipo di risultato. 
Questo modo di ragionare potrebbe prima o poi penalizzare il bambino stesso, ogni qual volta sente che c'è qualcuno più bravo di lui in qualcosa e che quella bravura è associata ad un sentimento complessivo maggiormente positivo da parte delle figure di riferimento.

immagine da nostrofiglio.it

CASTIGHI, PUNIZIONI:

A differenza di quanto comunemente si potrebbe pensare, anche provvedimenti di questo tipo possono essere utili nella crescita di un bambino, a patto che non diventino troppo frequenti.
Infatti continui castighi o punizioni, che preferirei chiamare "conseguenze negative a fronte di comportamenti negativi" hanno il duplice effetto di rovinare la relazione con il bambino scatenando in lui frequente rabbia e opposizione oppure paura oppure di perdere la loro efficacia.

Per avere un'utilità essi devono avere alcune caratteristiche:

Essere concordati. In un momento di tranquillità va detto al bambino: "La prossima volta che picchi tuo fratello, per tutta quella giornata non guarderai i cartoni animati". 
Questo significa fissare delle regole
Il bambino deve cioè sapere cosa lo aspetta se si comporta male in modo da poter decidere cosa è meglio fare. Ovviamente apprendere questo richiederà un pò di impegno, un pò di pianti e fallimenti.

Essere contingenti al comportamento negativo che il bambino mette in atto. La conseguenza concordata deve essere messa in atto subito o poco dopo il comportamento negativo del bambino perchè questi deve comprendere che le due cose (comportamento negativo e conseguenze) sono associate. 

Essere di breve durata. Non ha senso privare il bambino del tablet per un mese intero perchè in questo mese (che è lungo da passare) potrebbe perdere la motivazione nel mettere in atto comportamenti positivi pensando: "Chi me lo fa fare di comportarmi bene? Tanto sono già in punizione!". Inoltre molti genitori che fissano punizioni "lunghe" si rendono conto strada facendo di non riuscire a farle rispettare e sono costretti a ritrattarle, perdendo di credibilità.

Va sempre ricordato al bambino che noi disapproviamo il comportamento e non la sua persona nel complesso. E' un conto dire: "Sei maleducato e cattivo, perciò ti punisco" e dire "Non mi piace come ti sei comportato perciò come ti avevo detto non guarderai la televisione fino a domani".

La punizione non deve essere di tipo fisico: sculaccioni, o peggio ancora schiaffi, vengono per lo più dati in un momento di rabbia mista a stanchezza estrema e senso di impotenza del genitore. In genere provocano altra rabbia e frustrazione nel bambino, nonchè la tendenza ad imitare questi comportamenti. Insomma, simili "punizioni" non insegnano al bambino alcunchè.

immagine da donnamoderna.it




Ultimo consiglio:
In base allo studio di molti psicologi e pedagogisti e anche alla mia personale esperienza clinica il percorso educativo dei propri figli funziona meglio se le lodi superano in proporzione castighi e punizioni. In altre parole, si ottengono più risultati, in termini di benessere e di comportamenti positivi se il bambino, in proporzione sente di essere apprezzato e valorizzato piuttosto che svalorizzato e punito in continuazione.

E ora..buon lavoro a tutti i genitori!